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Il Lagotto Romagnolo, è l’unica razza canina pura al mondo specializzata nella ricerca del tartufo. Vale la pena guardare un po’ sulle origini di questa antichissima  e bellissima razza italiana che, fino a qualche anno fa era sconosciuta a molti.

Le sue origini sono antichissime e riconducibili al Canis Familiaris Palustris, vissuto dal decimo al quinto anno a.c., denominato anche cane delle torbiere e delle paludi e probabilmente antenato di molte razze canine.

Non è azzardato allora asserire che, il Lagotto Romagnolo è sicuramente l’antenato dei vari cani da acqua e il più antico cane da acqua conosciuto.

Quindi al contrario di quanto asserito da cinofili definiti “esterofili”, il nostro riccio romagnolo è l’antenato dei vari ricci francesi e spagnoli.

Il Lagotto fu importato in Italia, con ogni probabilità, dagli antichi popoli italici che intrattenevano scambi con i popoli dell’oriente. Nella necropoli etrusca di Spina, vicino Ferrara, furono ritrovate raffigurazioni di caccia dove compare sempre un cane del tutto simile al nostro Lagotto.

Quando in Spagna giunsero gli antenati dell’attuale “Perro de agua espanol” durante le conquiste dei Mori e quando il Barbet giunse in Francia dopo l’invasione araba della Spagna, in tutta la penisola italica, questi cani erano già diffusi da secoli, in particolare nelle zone umide e paludose, riconducibili al nord italia.

In seguito la razza si diffuse in epoca romana dapprima e medioevale poi, in particolare nella fascia costiera che da Ravenna, attraverso le valli comacchiesi e venete, giunge fino al Friuli ed alla costa istriana.

Grazie alla ricerca profusa dal dott. Giovanni MORSIANI, attuale presidente del Club Italiano Lagotto, di seguito C.I.L.,  nella quale ha reperito numerosa documentazione comprovante l’esistenza e l’uso del lagotto in Italia,  ora possiamo affermare con certezza che il riccio romagnolo veniva usato per la caccia in acqua fin da tempi remoti.

Erasmo di Valvasone nel 1591, Eugenio Raimondi nel 1630, Fulvio Ghepardi nel 1667 ed altri autori, nei loro scritti in modo inequivocabile, menzionano questo cane riccio da acqua usato dai cacciatori.

Questo splendido cane veniva usato dai cacciatori per la caccia in palude detta caccia nella “botte”, dove i cacciatori aspettavano mimetizzati ed immobili, il passaggio degli uccelli per colpirli

L’uso del Lagotto anziché di altre razze pur capaci, in questo tipo di caccia, non era casuale. I cacciatori sparavano ai vari uccelli facendoli cadere nelle paludi, per recuperare la selvaggina avevano bisogno di un cane con fiuto eccellente, spiccate attitudini al riporto e soprattutto, dotato di cervello.

Infatti il cacciatore, non voleva che il cane partisse per il recupero dell’animale nell’immediatezza dello sparo ma, l’azione del riporto, sarebbe dovuta avvenire solo dopo che i cacciatori avessero abbattuto un numero copioso di uccelli. Se l’azione canina fosse avvenuta subito dopo il primo sparo, avrebbe pregiudicato il seguito della giornata di caccia.

Il recupero quindi era difficoltoso, avveniva dopo molto tempo dall’abbattimento della selvaggina e le condizioni venivano peggiorate dal prolungato tempo in cui la selvaggina stessa stazionava nella palude e dalla temperatura molto fredda dell’acqua.

Per compiere questa azione, era necessario un cane molto intelligente, non doveva muoversi dopo i primi abbattimenti e doveva essere in grado di aspettare l’ordine del conduttore per iniziare il recupero, doveva saper resistere fisicamente alle gelide temperature delle acque, doveva essere un cane con spiccate attitudini alla cerca, vista la difficoltà di rinvenire la selvaggina e soprattutto doveva essere dotato di un naso fine, un fiuto eccezionale.